13/03/2008
A casa della Rana
Nessuno mi ha mai insegnato a leggere. Avevo compiuto da poco quattro anni quando un pomeriggio iniziai a leggere ad alta voce un fumetto di Braccio di Ferro alternando abilmente la voce di Popeye con quella di Olivia, mentre mio padre sfogliava il giornale e mia madre friggeva polpette. Non mi ascoltò nessuno…alla fine mia madre con una leggera smorfia sul viso mi esortò a non prendere in giro la gente. A cinque anni mi iscrissi alla scuola pubblica ma dopo qualche giorno la maestra mi bollò come uditrice e mi rispedì a casa a giocare col pongo e i pastelli a cera. Non contenta mia madre decise di farmi frequentare una maestra privata affinché mi preparasse a sostenere l’esamino per accedere direttamente alla seconda. Mia madre aveva fiducia nelle mie capacità ma soprattutto voleva togliermi dall’ambiente dell’asilo nel quale iniziai da subito a mostrare preoccupanti segni di disadattamento. La mia maestra privata assomigliava molto più ad una rana che non ad un essere umano, forse per via del collo estremamente flaccido e degli occhi a palla ed era piuttosto fredda e austera. Chiudendo un occhio, anzi tutti due, potevo anche accettare di sopportare quello spettacolo abbastanza deprimente, ma quello che non riuscivo proprio a tollerare, nonostante i miei sforzi, era che la mia collega uditrice, la cui madre aveva fatto la stessa eroica pensata della mia, ci metteva due ore e tre quarti per leggere mezza pagina di un libro e si beccava pure il complimento della rana, mentre io che leggevo speditamente e senza incertezza assistevo sempre alla stessa scenata di disapprovazione. Mi sembrava di vivere nel mondo dei contrari…forse qualcuno si era dimenticato di dirmi che saper leggere era motivo di vergogna. Fu così che un bel giorno mi ritrovai a casa della rana con un testo universitario di medicina davanti ed un pubblico composto esattamente da mia madre, mio padre, la mia compagna di sventura e i suoi genitori. Capii subito che dovevo affrontare una prova abbastanza difficile dinanzi a dei giudici armati magari anche di cronometro alla mano, un po’ come accadeva nei giochi senza frontiere, e sentii una scarica adrenalicia attraversami la schiena mentre prendevo fiato e concentrazione come se dovessi immergermi sott’acqua a cinquanta metri di profondità…quello che non capivo però era il perché sui volti del mio pubblico c’era una espressione che a tutto lasciava pensare tranne che alla complicità, forse perché quello che tutti si aspettavano da me era solo una gigantesca figura di merda..aggiungerei colossale. E invece lessi..tutto, bene, e presto. Non ci furono appalausi…non ci furono baci, nessuna congratulazione. Sentii solo la voce di mia madre che stringendo la flaccida mano della rana esclamò “ha visto?!? Nessuno insegna a mia figlia le letture a memoria?!? La gigantesca figura di merda colossale l’aveva appena fatta la rana…mentre a me rimase un tacito desiderio inesaudito di sentirmi dire che ero stata semplicemente brava.
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07/03/2008
La Signora delle Mimose
Era una di quelle rare notti in cui non riuscivo a prender sonno subito. Come se degli strani pensieri volessero irrompere di proposito nella mia mente impedendole di abbandonarsi spontaneamente ai sogni. Una immagine allora prese forma nell’astrazione di quelle sensazioni alla rinfusa e somigliava ad una donna sulla settantina, magra alta, dal fisico snello ed elegante ed uno sguardo più dolce che mai. Quello sguardo allora lo riconobbi subito perché mi aveva profondamente colpita senza un motivo preciso, forse perché somigliava a quello della mia adorata nonna paterna. Non capivo però perché una donna a me sconosciuta con la quale avevo scambiato si e no quattro parole a proposito di un gattino che si era perso nel parco proprio sotto le sue finestre e del quale io avevo iniziato a prendermi cura con infiniti ringraziamenti da parte sua, mi tornava improvvisamente alla memoria ed in quella maniera così insistente. Provai così imbarazzo nei confronti di me stessa perché ad un certo punto sentii uno strano desiderio di pregare per lei pur essendo lucidamente consapevole che sarebbe stato assurdo anche solo concepire un gesto così profondamente intimo e personale nei confronti di una persona della quale aveva appena scoperto l’esistenza. Mi addormentai pensando che come sempre il buio della notte gioca strani scherzi. Fu così che il mattino dopo scorsi ancora quella donna mentre passeggiava lungo il viale del parco con un fascio di mimose in mano appena colte dall’albero poco distante dalle mie finestre. Fu per me una immagine così delicata e poetica che ancora una volta dovetti ammettere a me stessa che quella donna significava forse per me qualcosa di incomprensibilmente importante. Passarono alcuni giorni ed una sera mi trovai ancora a passare sotto il suo balcone. Non la notai, fu lei a chiamarmi e con un filo di voce che tremava appena, avvolto da un’aurea di dolcezza disarmante mi chiese, senza premesse e senza giri di parole, se potevo in qualche modo recitare una preghiera per la sua salute. Mi sentii quasi mancare, non so se a qualcuno sia capitato mai di ricevere una così strana richiesta dall’alto di un balcone qualsiasi di proprietà di una persona qualsiasi. Ebbi però la forza di chiederle cosa avesse. “Un banale mal di schiena” rispose lei..”almeno è questo che i miei figli mi hanno detto ma io ho ancora voglia di raccogliere le mimose, la prego, faccia questa cosa per me”. Capii subito tutto e me ne rattristai profondamente così come mi sarei rattristata per una persona cara di famiglia. Dopo un po’ di tempo, un forte vento sradicò via definitivamente l’albero di mimose del quale mi ero così abituata a riconoscere l’ombra, ma non riuscì a strappare via il cartello vendesi affisso da qualche giorno vicino le finestre di quella casa rimasta vuota alla quale ancora oggi rivolgo i miei sguardi e i miei più profondi pensieri.
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26/02/2008
Un brindisi
In uno scatolone in cui ho custodito alla rinfusa ricordi, fotografie e cartoline d’auguri tra quelli più significativi della mia vita ho rinvenuto un tappo di spumante. Ricordo che molti anni fa lo conservai con molta cura anche se a donarmelo era stata una persona che avevo appena conosciuto. Era una festa tra amici, di quelle in cui non si fa niente di particolare ma ti diverti e stai bene come in pochi altri momenti che trascorri in compagnia. All’epoca non ero fidanzata e non facevo niente per esserlo. Mi piaceva sentirmi libera di essere corteggiata e perché no, di fare anche un po’ la civetta che mi riusciva benissimo. Notai che lui mi guardava e anche se a me non piaceva, mi lusingava l’idea di avere fatto colpo su qualcun altro, mi faceva sentire al centro dell’attenzione. E mi sentii al centro dell’attenzione di tutti anche quando al momento dello spumante col botto, tra cori da stadio e pacche sulle spalle lui venne da me con questo tappo ancora impregnato di festa e di gioia e me lo donò come il più efficace dei portafortuna. Fu un gesto bellissimo, di una spontaneità che non riesco a dimenticare, così come non dimentico il silenzio che calò improvvisamente nel salotto del nostro amico appena laureato. Tutti iniziarono a guardarci senza fiatare, qualcuno mi fece dei gesti incomprensibili, l’unica cosa che capii istantaneamente era che stavo sbagliando, come sempre, qualcosa. Nonostante tutto però incominciai a parlare con lui, aveva negli occhi una dolcezza particolare ed un entusiasmo da bambino che noialtri avevamo già da un pezzo abbandonato per far posto alla malizia tipica di quella età. Lo ricordo come un piacevole momento accompagnato però dalla strana sensazione di volerlo fissare nelle memoria in eterno. Le mie sensazioni…ho fatto sempre benissimo a fidarmi di loro. Dopo un po’ la rivelazione che stavo aspettando, una mia amica mi avvertì con premura che mi sarei dovuta allontanare da lui, perché era evidente che iniziava a provare un sentimento e lui…non si sarebbe dovuto innamorare mai così come non avrebbe dovuto mai sentire il desiderio di rivedermi perché la voglia di vivere avrebbe potuto fermare per sempre il suo giovane cuore malato. Mi sentii trafiggere da una lama tagliente, le mie mani diventarono di ghiaccio e mi si strinse ancora più il cuore quando appresi, dopo qualche giorno, che lui non avrebbe rinunciato ad un’uscita con gli amici perché aveva troppa voglia di rivedere me. Non posso descrivere cosa provai quando feci di tutto per ignorarlo e per risultare una persona sgradevole così come mi era stato ampiamente raccomandato. Non passò molto tempo che qualcuno mi informò tristemente che avevi spalancato le porte di un’altra esistenza e di un amore completamente diverso e oggi, a distanza di così tanti anni stringo questo ricordo di sughero tra le mani e lo alzo al cielo per brindare con te a tutta la fortuna e all’amore che mi ha portato. Grazie di cuore…
10:54 Scritto da: ventiseiaprile in Racconti | Link permanente | Commenti (14) | Segnala | OKNOtizie |
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